Perché nei casi di femminicidio, di amore (malato, criminale, ecc.) non si deve parlare

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Senza fine. La mattanza delle donne in Italia non accenna a fermarsi. A marzo 2018 sono già diciotto quelle uccise per mano di mariti, compagni o fidanzati, tanto che qualcuno ha calcolato che, fino all’ultimo caso, quelli registrato a Terzigno, vicino Napoli, si è verificato un femminicidio ogni 60 ore.

Dato che impressiona, se si pensa a quante azioni sono state messe in campo per contrastare questa piaga: numero verde antiviolenza, centri di sostegno psicologico alle vittime di stalking (spesso anticamera del femminicidio), leggi che dovrebbero aiutare a prevenire, ma che spesso sono disattese. Perché in Italia si denuncia ancora poco e, quando si denuncia, esiste il rischio concreto che farlo possa servire a poco, se all’uomo violento viene ordinato di stare almeno a 300 metri di distanza dalla sua vittima, ma poi (è successo davvero anni fa a Matera), gli si permette di fissare il domicilio in una casa che dista meno di una decina di metri.

Il copione, nei casi difemminicidio, drammaticamente si ripete, sempre uguale. Una sceneggiatura che ha sempre gli stessi elementi. La moglie che vuole separarsi da un marito o un compagno violento, lui che non accetta la decisione e uccide la donna, anche se madre dei suoi figli. Al fondo c’è una visione arcaica della donna e della famiglia come possesso: “sei mia e non potrai essere di nessun altro”, al pari di un qualsiasi oggetto. I figli, come è successo a Cisterna di Latina nel caso del carabiniere che ha ucciso le due bambine dopo aver cercato di uccidere con la pistola di ordinanza la moglie, sono le vittime “collaterali” della furia femminicida. Sia che si scagli direttamente anche contro di loro, come nel caso appena ricordato, sia nel “dopo”: gli orfani di femminicidio in Italia sono più di millecinquecento e avranno bisogno di un supporto psicologico per tutta la vita. Così sarà per la bambina di nove anni figlia di Imma Villani, uccisa dal marito proprio fuori dalla scuola di Terzigno dopo averla accompagnata. Sarà una vita segnata anche per i bambini della giovanissima Laura Petrolito, la ventenne uccisa con sedici coltellate dal compagno a Canicattini Bagni, nel Siracusano.

E’ possibile fare qualcosa per fermare la mattanza? Da parte delle vittime spesso c’è la difficoltà oggettiva a denunciare, sapendo che dopo essersi recati in Commissariato o nella più vicina caserma dei carabinieri, si dovrà tornare, se non si hanno alternative, a vivere sotto lo stesso tetto del proprio aguzzino. Quante donne capita di vedere con occhialoni scuri che coprono occhi gonfi o con evidenti segni addosso di percosse, che minimizzano con la solita scusa di aver sbattuto contro lo spigolo di una porta o di essere inciampata, se qualcuno chiede come se li sono procurati? C’è poi il ‘classico’ dell’ultimo appuntamento, quello richiesto dall’uomo, per ‘un chiarimento definitivo’.

Nove volte su dieci quell’appuntamento per la donna è con la morte, per cui associazioni e organi di polizia invitano tutte, soprattutto le più giovani, a non dare nessuna ‘chance’ finale al proprio aguzzino. Perché il suo intento è di completare la sua opera di distruzione, cominciata a livello psicologico, proseguita a livello fisico con le percosse, passata attraverso la persecuzione. Completare l’opera vuol dire uccidere la donna, annientarla del tutto anche fisicamente. Non è amore, non è troppo amore e neppure un amore ‘sbagliato’, come spesso viene definito un rapporto a due che sfocia in femminicidio.

In questi casi la parola ‘amore’ non dovrebbe essere usata per nulla, l’unico sentimento presente nella violenza di genere e nel femminicidio è l’odio, ammesso che un uomo che uccide con sedici coltellate una donna, o la massacra a colpi di sasso sul viso, possa definirsi un uomo e, per di più, capace di provare un qualsiasi sentimento che non rientri nell’unico amore che conosce: quello per il suo immenso ego.

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