Perché Marco Cappato rischia fino a 12 anni di carcere

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Il giorno 27 febbraio 2017, alle 11.40, Fabiano Antoniani, meglio noto come Dj Fabo, è morto in una struttura svizzera secondo quelle che erano le sue ultime volontà. Il Dj, 40enne, tetraplegico e cieco dal 2014 in seguito ad un incidente stradale, aveva espresso più volte la volontà di porre fine alla sua esistenza, arrivando a contattare i Radicali, e al loro leader Marco Cappato, che da anni sostengono una battaglia per mettere a disposizione anche Italia l’attuazione di questa “alternativa” per i malati terminali. Spesso si tratta di persone che, per la gravità della loro situazione, non possono mettere in atto i loro propositi, in quanto dipendenti al 100% dagli altri.

C’è da fare i conti, tuttavia, con il Codice penale italiano. L’articolo 580 del Codice Penale (risalente al 1930) stabilisce infatti che “chiunque determina altri al suicidio o rafforza l’altrui proposito di suicidio, ovvero ne agevola in qualsiasi modo l’esecuzione, è punito, se il suicidio avviene, con la reclusione da cinque a dodici anni.” Accompagnare dunque qualcuno in una struttura che gli consente di porre fine alla propria vita, anche se risponde alle sue ultime volontà, in Italia è un reato.

Non lo è invece in Svizzera, dove il suicidio assistito è una forma di eutanasia, ed è legale chiedere e ottenere la cosiddetta dolce morte in struttura specializzate (non si parla di cliniche, né di ospedali) nella quali medici, psicologi e assistenti specializzati accompagnano, dopo una serie di incontri, alla fine della vita attraverso l’ingestione di un cocktail di sostanze che in pochi minuti, senza dolore, fanno assopire la persona fermando quindi le funzioni vitali. Unico vincolo: l’assistito deve assumere il cocktail autonomamente: nessuna forzatura, nessuna iniezione.

Il processo a Marco Cappato è iniziato puntualmente l’8 novembre scorso. Puntualmente in quanto la Procura, pur conscia della delicatezza del caso, lo ha ritenuto un atto dovuto, nel rispetto del Codice penale. Il 14 febbraio scorso Marco Cappato è stato assolto dall’accusa di aver rafforzato i propositi di Fabiano Antoniani. Rimane invece l’accusa di aiuto al suicidio, per la quale tuttavia la Corte di Assise di Milano ha deciso che la materia merita l’analisi della Corte Costituzionale.

Ora la parola dunque spetta alla Corte Costituzionale. L’associazione Luca Coscioni ha raccolto oltre 15 mila firme a sostegno di Cappato, chiedendo al Governo di non costituirsi parte civile, mentre l’avvocatura di Stato ha eseguito la richiesta della presidenza del Consiglio, sostenendo che i giudici di Milano avrebbero dovuto rivolgersi alla Consulta in quanto il reato di aiuto al suicidio contestato è assolutamente costituzionale.

La questione è effettivamente spinosa: dichiarare incostituzionale l’art. 580 del Codice Penale, come di fatto sta facendo la Corte di Assiste milanese, potrebbe creare falle legislative che, ipoteticamente, potrebbero lasciare impuniti comportamenti che poco hanno a che fare con il rispetto delle volontà dei malati terminali.

Nel frattempo, comunque, anche grazie a questa ennesima storia di sofferenza, da qualche mese l’Italia ha fatto un altro passo avanti nel rispetto delle volontà dei malati terminali. Dal 14 dicembre 2017 infatti è diventato legge il testo sulle Disposizioni anticipate di trattamento e in materia di consenso informato, il cosiddetto Biotestamento, entrato in vigore il 31 gennaio 2018. E già dai primi di febbraio anche nel nostro Paese c’è stato chi ha potuto dire basta alle cure, accompagnato con amore alla fine della vita senza alcun rischio di reato per medici o famigliari, come è accaduto a Marco Cappato.

1 commento

  1. […] nel procedimento sollevato dalla Corte d’Assise di Milano. Un documento che spiega anche perché Marco Cappato rischia fino a 12 anni di carcere, con la legge attualmente vigente [articolo 580 del Codice […]

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