Perché lo Stato ritorna in Telecom con il 5%

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Lo Stato sta per rientrare in Telecom Italia. Ovvero, ieri la Cassa depositi e prestiti, braccio finanziario del Tesoro, ha deciso rilevare sul mercato fino a un massimo del 5% del capitale di Tim. Gentiloni, Calenda e Padoan prima di procedere si sono consultati con Salvini e con Di Maio, hanno ovviamente ricevuto il via libera da Berlusconi e si sono quindi coperti politicamente. L’idea è quella di adoperare questo pacchetto del 5% per partecipare all’assemblea dei soci Tim del 24 aprile e far eleggere un consiglio d’amministrazione sensibile alle esigenze italiane. In Tim-Telecom si sta consumando infatti uno scontro notevole: da un lato il finanziere francese Vincent Bolloré, padrone di Vivendi, dall’altro lato il governo italiano, il fondo americano Elliot e la Mediaset di Silvio Berlusconi. Bolloré, per ora, ha una specie di risicato controllo di Telecom, sufficiente secondo alcuni a costringerlo all’Opa. Però l’Opa – cioè l’Offerta di pubblico acquisto, l’obbligo di comprare le azioni di tutti quelli che vogliono vendere, a un prezzo prefissato e superiore a quello di borsa – sarebbe troppo costosa, Bolloré non ne vuole neanche sentir parlare. Al centro dell’interesse del governo italiano c’è il controllo della rete, cioè il sistema fatto di cavi di rame con cui Telecom distribuisce il suo segnale sul territorio. Valore di bilancio: 15 miliardi.

La lunga storia ha inizio nel 1997 quando il governo Ciampi decise di vendere il 35,26 per cento di Telecom, costituita nell’agosto 1994 con l’incorporazione di 5 società: Sip, Iritel, Telespazio, Italcable e Sim. L’operazione, definita la «madre di tutte le privatizzazioni», consentì al governo di ottenere in extremis l’ammissione dell’Italia all’euro fin dalla fase iniziale.

Ciò avvenne anche perché andò deserta un’assemblea straordinaria alla quale non presero parte il Tesoro e la Banca d’Italia, in nome di una non meglio precisata «neutralità» imposta dal governo presieduto da Massimo D’Alema. Già nel 2001, però, la quota di Olivetti, in conseguenza di dissidi interni, venne rilevata da Pirelli e Benetton cui si aggiunsero, qualche anno dopo, Mediobanca e Generali. La situazione divenne, anno dopo anno, sempre più difficile. Emersero contrasti interni, tanto che nel 2007 Tronchetti Provera decise di mollare la presidenza. Si fece, allora, avanti la spagnola Telefonica, ma a questo punto intervenne il governo, preoccupato di raggiungere un compromesso sul controllo della società. Fu raggiunto un accordo tra Telefonica e un gruppo di azionisti italiani, Intesa, Generali, Mediobanca e Benetton, che insieme crearono la Telco, una spa che deteneva il 23% di Telecom. L’intesa non durò a lungo e gli azionisti privati lasciarono il controllo a Telefonica. Quest’ultima, successivamente, ridusse sotto il 10% la propria partecipazione e ciò aprì le porte alla francese Vivendi che, dopo varie vicissitudini, nel febbraio 2016 acquisendo il 23,65 del capitale di Telecom ne divenne proprietaria.

(Fonti: Anteprima, Eco di Bergamo)

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