Perché il Governo italiano ha dovuto costituirsi parte civile nel processo a Cappato

Spread the love

Nel processo a Marco Cappato per la morte di DjFabo il Governo vuol difendere una Legge del 1930. Sembra anacronistico, certo, difendere una Legge “vecchia”, per alcuni “liberticida”, peraltro in un periodo storico nel quale il Paese ha virato decisamente verso una sensibilità nuova, con l’approvazione della Legge sul Testamento biologico nel dicembre dello scorso anno. Eppure non è così, proviamo dunque a capire perché il Governo italiano ha dovuto costituirsi parte civile nel processo a Cappato

Il perché lo si capisce benissimo leggendo le 21 pagine dell’Atto di intervento della Presidenza del Consiglio dei Ministri nel procedimento sollevato dalla Corte d’Assise di Milano. Un documento che spiega anche perché Marco Cappato rischia fino a 12 anni di carcere, con la legge attualmente vigente [articolo 580 del Codice penale].

La corte d’Assise milanese aveva dichiarato che “il presente giudizio non possa essere definito indipendentemente dalla risoluzione della questione sulla legittimità costituzionale dell’art. 580 c.p. nella parte in cui incrimina le condotte di aiuto al suicidio in alternativa alle condotte di istigazione e quindi a prescindere dal loro contributo alla determinazione o al rafforzamento del proposito di suicidio”, rimettendo il tutto alla Corte costituzionale.

Di diverso avviso l’Avvocatura di Stato, secondo la quale “il giudizio poteva essere definito indipendentemente dalla risoluzione della questione di costituzionalità dell’articolo 580 c.p. […] La legge, nel prevedere, all’art. 580 c.p., tre forme di realizzazione della condotta penalmente illecita (quella·della determinazione del proposito suicida prima inesistente, quella del rafforzamento del proposito già esistente e quella consistente nel rendere in qualsiasi modo più facile la realizzazione di tale proposito) ha voluto quindi punire sia la condotta di chi determini altri al suicidio o ne rafforzi il proposito, sia qualsiasi forma di aiuto o di agevolazione di altri del proposito di togliersi la vita, agevolazione che può realizzarsi in qualsiasi modo”.

Ecco dunque perché il Governo italiano ha dovuto costutuirsi parte civile nel processo a Cappato, e non poteva fare altrimenti:

  • Se, in base all’articolo 32 della Costituzione, l’ordinamento riconosce che l’individuo possa in alcuni casi legittimamente rinunciare  alle cure, non ne deriva necessariamente come corollario logico-giuridico che il suicidio sia lecito. Non è, comunque, consentito che il paziente possa chiedere al medico trattamenti contro la legge o la deontologia, restando escluso, di fatto, il suicidio assistito;
  • L’articolo 2 della Convenzione Edu, dato il suo tenore letterale, deve essere interpretato nel senso che esso contempla un diritto e non il suo opposto, quindi, non conferisce il diritto a morire, né con l’intervento della pubblica autorità, né con l’assistenza di una terza persona;
  • Proprio per assicurare al massimo grado quella libertà di autodeterminazione che va tutelata anche con riferimento alla volontà di porre fine alla propria esistenza, pure l’aiuto (oltre che l’istigazione) al suicidio resti figura giustificata sul piano costituzionale allo scopo di far sì che l’esecuzione di quel supremo proposito rimanga riservata esclusivamente, anche circa tempi e modi, a scelte della singola persona.

Questi dunque i punti chiave che hanno, di fatto, obbligato (anche moralmente) il Governo, a costituirsi parte civile nel processo a Cappato. In primo luogo c’è il rispetto del Codice Civile, legge vigente e ancora valido punto di riferimento. In secondo luogo, lasciando perdere, si rischierebbe di creare un precedente che darebbe il via libera anche ad altre storture, magari evitando l’applicazione dell’articolo 580 in casi per i quali sarebbe comunque legittimo applicarlo.

Basti un caso su tutti: quello di Laura Taroni, l’infermiera di Saronno che uccise la madre e il marito con una iniezione letale. Un processo chiuso il 24 febbraio scorso con la condanna della Taroni a 30 anni di carcere. Ecco che un precedente come quello che rischia di creare la Corte di Assise di Milano potrebbe consentire, in un futuro caso analogo a quello della Taroni, interpretazioni della legge in tutt’altra direzione.

 

Puoi seguire tutti gli aggiornamenti di My Why mettendo “mi piace” alla nostra pagina Facebook

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *