Perché hanno oscurato Butac, il sito che combatte le bufale sul web

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Da stamattina il sito Butac.it (Butac sta per “Bufale un tanto al chilo”), curato dal bolognese Michelangelo Coltelli, è stato oscurato perché sottoposto a sequestro preventivo dal Compartimento Polizia Postale e delle Comunicazioni per l’Emilia Romagna – Bologna.

Come riporta NextQuotidiano:

“Abbiamo avuto una querela per diffamazione per un articolo del 2015, il PM per motivi non chiari ha deciso di disporre il sequestro dell’intero sito invece che del solo articolo come è successo altre volte”, fanno sapere i gestori del sito. “L’articolo trattava di un medico iscritto all’Ordine che si occupa di medicina olistica e che andava in televisione a parlarne”, dicono ancora. L’articolo mostrava un servizio della RAI.

 

Due anni fa ho intervistato Coltelli proprio sul fenomeno delle bufale on line per il settimanale Mio. Di seguito l’intervista integrale.

Chi avranno fatto morire oggi su Facebook? Sylvester Stallone, Bono degli U2 o  Paolo Villaggio? Sono tre personaggi famosi ai quali il più diffuso social network ha dato una sorta di patente di immortalità, visto che ciclicamente è proprio su Facebook che si diffonde la notizia della loro dipartita (fortunatamente sono tutti vivi e vegeti). E che cosa avrà combinato oggi Vladimir Putin, dopo aver mandato tempestivamente 10mila uomini nelle zone del terremoto dell’Italia Centrale? Di loro ovviamente non si è vista neppure l’ombra, ma la notizia è rimbalzata di bacheca in bacheca perché gli italiani soffrono di una nuova sindrome: quella da condivisione. E pazienza se la notizia che stanno contribuendo a diffondere è palesemente falsa e messa in circolazione da siti che giocano sull’equivoco a partire dal nome (per cui Il Giornale si trova a essere il Giomale.it, Repubblica diventa Repubblica24.it, Il Corriere della Sera diventa Corsera.it).   Proprio giocando sull’equivoco e sul fatto che più la sparano grossa più le persone ci cliccano su, sono nati siti di falsa informazione il cui unico scopo è fare bottino di clic, perché per ogni tot di visualizzazioni tramite Google ti arrivano dei soldi sul tuo conto corrente o sul tuo conto Paypal. La “bufala”, insomma, impazza sul Web e ha trovato nei social network un formidabile alleato per trasmettere il virus della disinformazione. Tanto che a fare da anticorpo sono nati siti specializzati nello smascherare le notizie clamorosamente false alle quali, sembra, sempre più italiani hanno la tendenza ad abboccare. 

Michelangelo Coltelli, bolognese, 43 anni, è il fondatore di Butac (l’acronimo sta per “Bufale un tanto al chilo”), uno dei principali siti italiani che si occupa di dare la caccia alle “bufale” in Rete. 

Quando e perché è nato Butac?

«Mio figlio è la principale ragione della nascita di Butac; quando nel 2011 sono diventato papà per la prima volta, insieme a mia moglie ci siamo resi conto che anche nel giro degli amici più stretti c’erano alcuni convinti di tante bufale gravi che giravano per la Rete, dai vaccini che causano l’autismo alla collanina d’ambra per la dentizione dei piccoli. Sciocchezze che però potevano risultare pericolose. Ho cominciato così a scrivere qualche post su Facebook, dedicato agli amici, dove con fonti spiegavo il perché si trattasse di bufale. Poi gli stessi amici mi hanno spinto ad aprire la pagina che esiste tutt’oggi e da lì il blog che ha visto la luce a metà del 2013».

Quanti siete a tenere aggiornato il sito?

«La redazione oggi è gestita da me e Noemi Urso, ci sono sei autori “storici” e un gruppo di nuovi collaboratori che, alternandolo ad altri impegni, scrivono sul sito. A oggi resto il principale autore del sito, con circa 2mila articoli pubblicati su oltre 2600, ma l’aiuto di Noemi mi permette di dedicare meno ore al “contorno” e più tempo ai miei due bimbi. Una cosa importante: siamo tutti volontari, nessuno è pagato, la pubblicità sul sito copre le spese e la logistica, trasferte e materiali».

Che tipo di formazione avete?

«Io ho una formazione abbastanza ridotta, ho studiato Scienze Politiche dopo un diploma di Superiori, ma da autodidatta già facevo il consulente informatico, appassionato di giornalismo e tecnologia. Oggi nella vita mi occupo di tutt’altro. Gli altri autori hanno ognuno formazione diversa, dal medico all’umanista, dalla laureata in Tossicologia ambientale all’appassionato di misteri esperto in tecnologia, dal giornalista vero con tanto di tesserino alla casalinga di Voghera (di quelle Doc)».

Avete mai ricevuto querele, minacce o denunce?

«Minacce sì, svariate, anche legali, a oggi però solo una nostra autrice ha subito una denuncia per diffamazione. Purtroppo quando si attaccano certi interessi l’attacco ad personam e la minaccia legale sono una delle armi più sfruttate da chi campa sulle bufale. Noi cerchiamo di andare avanti, nella maniera più corretta e trasparente possibile. Non censuriamo quasi mai, anche chi denigra e attacca, perché riteniamo che la discussione sia sempre importante. Senza mai scadere nella fiera delle volgarità».

Esistono delle regole che possiamo seguire per evitarci di cadere nella trappola delle bufale e contribuire alla loro diffusione?

«L’unica regola base dovrebbe essere sempre verificare la notizia. Vedere chi altro l’ha pubblicata. Su Google basta cercarla: gli unici ad apparire sono testate anonime, con domini non italiani oppure gratuiti? In quel caso siamo sulla buona strada della bufala. Se la fonte è l’amico di cui vi fidate, chiedete le prove: chi sostiene una tesi deve sempre essere in grado di riportare fonti verificabili. Se non siete sicuri delle fonti, non condividete la notizia “tanto che vuoi che succeda”. Invece la diffusione di una notizia non confermata  potrebbero poi pagarla le generazioni future».

Quali sono i siti più “pericolosi” e perché è impossibile arginarli come nel caso dei blog con estensione “altervista”?

«Purtroppo l’avvento dei social ha reso la condivisione una cosa semplicissima. È li che si acchiappano i “like” e si incrementano le visite e le condivisioni. Quelli che non cascano nelle bufale magari ci leggono, magari mettono il “Mi Piace”, ma non condividono, non ne sentono la necessità. Sono pochissimi quelli che applicano la regola del “combatti la bufala con la sua sbufalata”. Mentre sull’altro versante chi legge testate bufalare condivide l’articolo, spesso senza nemmeno aver letto l’articolo e basandosi solo sul titolo. Noi abbiamo compilato una lista nera dei siti di cui non fidarsi (www.butac.it/the-black-list): sono davvero tanti ma è soltanto una minuscola parte di quel che circola sul Web. La teniamo in costante aggiornamento».

Quale è stata la bufala più clamorosa e altrettanto diffusa?

«Non è facile trovarne una sola. Una che ricordo con affetto è Nicolina Capra, nonna di 110 anni che avrebbe chiesto ai nipoti di aprirle una pagina Facebook. La notizia fu confermata falsa, ma tutt’oggi le testate che l’avevano pubblicata non hanno smentito e tanti sfruttano ancora la stessa fonte per altri articoli, tutti regolarmente falsi. Purtroppo il Web è popolato da persone pigre e credulone».

Esiste un meccanismo oppure un modello di “propagazione” della bufala in Rete?

«Le bufale oggi vengono diffuse sfruttando i social, ci sono pagine che hanno raccolto milioni di “follower” (con trucchetti di vario genere, alcuni leciti altri meno) e che rimbalzano a loro la bufala. Spesso queste pagine sono gestite (o pagate) dall’autore della bufala stessa, che le usa come casse di risonanza. I milioni di like raccolti portano a una visibilità tale da ridurre, purtroppo, a poco il nostro combatterle. L’unico modo per fermare davvero le bufale è l’educazione alla verifica delle fonti, alla corretta informazione. Noi puntiamo ad aiutare chi forma i nostri ragazzi, speriamo che esista prima o poi qualcuno che si renda conto che oggi, con la navigazione online così a portata di mano, insegnare ai giovani come si verifica una fonte è indispensabile». ν

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