Perché si scattano tanti selfie?

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Posare per un selfie ieri poteva costare la vita a un neonato: mentre i genitori sul molo di Santa Cesarea (Lecce) posavano per un autoscatto, il passeggino è finito in mare e la tragedia è stata sventata dalla prontezza di riflessi di un passante che si è tuffato e ha evitato il peggio.

Ci sono molti studi che hanno cercato di indagare i meccanismi psicologici che spingono le persone a mettersi in posa per autoritratti, il cui unico fine è quello della condivisione sui social (uno dei più accurati è dell’università di Buffalo, in America), così come sono state messe in giro fake news sul fenomeno, come la notizia, rimbalzata su molti siti, che chi fa i selfie soffrirebbe di disturbi mentali.

Tutte le ricerche condotte ritengono il narcisismo alla base della mania dei selfie, così come la psicologia sociale negli ultimi tempi ha individuato nel fenomeno aspetti legati alla ricerca di approvazione sociale e consenso (si pensi a come lo strumento dell’autoscatto digitale sia utilizzato da alcuni leader politici).

Il settimanale L’Espresso il 1 febbraio 2016 scriveva:

Secondo uno studio del Cnr, l’Italia è al secondo posto nella classifica dei Paesi in cui si fanno più autoritratti digitali per poi condividerli su Instagram, il social network dedicato alle immagini. Se si guarda però al rapporto tra selfie e numero di abitanti, ecco che il Belpaese diventa primo, superando gli Stati Uniti, nazione che detiene il primato grazie anche a una popolazione di oltre 310 milioni di persone.

Che la penisola non se la cavasse male con gli autoscatti digitali lo aveva già decretato la rivista “Time”, che nel 2014 ha stilato una classifica delle città del mondo con più selfie: Milano si guadagnò un ottavo posto, dopo Tel Aviv e Manchester.

Il fenomeno selfie è iniziato ufficialmente nel 2004, quando un utente di Flickr, piattaforma per la condivisione di foto, ha usato il termine per la prima volta. Ed è esploso in fretta, basti pensare che nel 2013 è stato inserito nell’Oxford Dictionary, che l’ha anche eletto “parola dell’anno”. L’italiano Zingarelli ha aggiunto il termine nell’edizione 2015.

Luciano Di Gregorio, psicologo e gruppoanalista, ha pubblicato per la Franco Angeli nel 2017  “La società dei selfie – Narcisismo e sentimento di sé nell’epoca dello smartphone”. In una intervista ha spiegato:
Dietro questi atteggiamenti esistono necessità riferibili ad una nuova forma di narcisismo, ciò contengono dei bisogni di autoaffermazione e di soddisfazione personale, culto di se stessi, uscita dall’anonimato, esibizionismo e voyeurismo, partecipazione all’intimità degli altri, amplificazione di un mondo che sentiamo ristretto e incapace di darci lo spazio che meritiamo, oltre a soddisfare un bisogno di appartenenza ad una comunità che va ben oltre l’ambito ristretto delle nostre relazioni social. Il narcisismo contemporaneo nasce dal bisogno di uscire da questo vissuto di anonimato sociale, nella condizione ordinaria dell’esistenza si pensa di non contare nulla e di non avere valore, per cui diventa necessario creare una situazione sociale extra-ordinaria in cui le vite semplici e qualunque delle persone diventano eventi speciali che vengono esibite davanti ad un pubblico di potenziali estimatori che si espande potenzialmente all’infinito; gli altri sono chiamati a confermare questa ricerca di valore e di significato personale che temiamo di non avere.

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