Perché aumentano i suicidi tra gli adolescenti?

Spread the love

di MAURA MANCA, psicologa e psicoterapeuta, presidente dell’Osservatorio nazionale adolescenza

In genere, quando si compiono questi gesti, si sceglie uno spazio intimo, significativo, privato; se la scuola sta diventando il luogo dove i ragazzi si tagliano, tentano il suicidio e si fanno del male in tutti i modi, la famiglia forse ha perso un altro tassello. Adolescenti troppo fragili, troppo poco contenuti fin dalla prima infanzia. Scuola e famiglia non sono più dei punti di riferimento, a questi ragazzi mancano certezze e camminano troppe volte su un terreno troppo instabile.

Il suicidio è l’apice di un percorso di sofferenza, di dolore nascosto, di paure inespresse, di sensi di colpa, è una decisione dura da prendere e si arriva togliersi la vita in tenerissima età perché non si hanno più strumenti con cui fronteggiare ciò che si sta vivendo. 

Ci si sente schiacciati, invasi dagli eventi, non si vede altra via d’uscita. Il ruolo di un adulto è quello di arrivare prima, di vedere cosa accade, di accorgersi che qualcosa nel suo piccolo è cambiato. Ma troppe volte si rimanda, si pensa che ci sia il tempo per affrontare la situazione, si sottovaluta il problema, sono ragazzi, esasperano tutto, non si dà peso ai cambiamenti delle loro abitudini, al loro sguardo, ad alcuni loro discorsi, ad alcune parole, a volte, è vero, i cambiamenti sono minimi, non ci mandano un WhatsApp in cui ci avvisano che hanno deciso di farla finita ed è per questo che, senza allarmarsi per tutto e senza invadere e soffocare la vita di un figlio, si deve fare attenzione ai loro comportamenti e stati d’animo.

Non ci si deve arrendere davanti al “niente, sto bene”, al “ti ho detto che non ho niente”, si deve andare oltre e capire che comunque a loro, anche se non lo fanno vedere apertamente, fa piacere percepire che la mamma o il papà hanno capito che c’è un problema.

Il suicidio è un grido d’aiuto potentissimo che spesso viene sentito troppo tardi, un enorme bisogno di essere riconosciuti, visti nel proprio dolore da tutti e, come in questo caso, salvati. Il suicidio a scuola non va sottovalutato, è proporzionato al dolore che si prova dentro, è un voler far vedere a tutti, un assicurarsi che il messaggio arrivi forte e chiaro, un bisogno di essere contenuto almeno da loro, visto che forse la famiglia non è stata in grado di dare quel supporto per creare una base sicura e stabile su cui poggiare i piedi.

Quale impatto ha un suicidio a scuola sui ragazzi?

Non si deve sottovalutare l’impatto del suicidio a scuola anche sui compagni di classe e di scuola, su coloro che hanno assistito o che hanno trovato il corpo o che comunque si sono trovati in prima persona a vivere l’impatto della morte inaspettata di un compagno.

Lascia dei segni importanti, tanta paura, tanti sensi di colpa, ci si fanno domande, si pensa se si potevano vedere dei segnali che non sono stati colti, se si potevano ascoltare le sue parole senza sottovalutare il problema.

La morte di un ragazzo così giovane, soprattutto se è cercata ed intenzionale, terrorizza, fa capire quanto sia un attimo morire, quanto siamo fragili, e fa fare i conti con la vita. Gli adolescenti crescono troppe volte in una bolla di sapone, si tende a non esporli alla triste realtà, si parla con loro troppo poco di morte, di disagi, di sofferenza e non si preparano a gestire queste situazioni e a dare un senso alla vita ancora più profondo, come un oggetto prezioso da custodire e proteggere.

I DATI FANNO IMPRESSIONE MA TUTTI TACCIONO E SI PARLA SOLO DI BULLISMO

I numeri legati all’autolesionismo e ai tentativi di suicidio fanno decisamente impressione ma a quanto pare, nessuno ne parla. Nel mentre che ci si nasconde ipocritamente dietro le scuse che si rischia di istigarli, i ragazzi si tagliano e si fanno del male da soli. Non ci sono interessi dietro l’autolesionismo, questa è la verità, c’è paura e tanta incompetenza.

Ma loro, i più giovani, sono soli e continuano ad intaccare la loro vita nei modi più eclatanti, e noi ciechi e sordi, continuiamo a non voler vedere che la vita, oggi, ha un valore diverso.

Basti vedere anche tutti i comportamenti a rischio, i selfie estremi e le challenge estreme, in cui mettono a repentaglio la loro vita per un gioco. Si può parlare di sucidi inconsci, senza una consapevolezza? In questo caso i numeri salirebbero alle stelle.

Bisogna parlarne, anche perché è un fenomeno in aumento: il 18% degli adolescenti si taglia e si autolesiona in vari modi in maniera intenzionalmente, di cui il 72% sono femmine e, oltre 1 su 10 (13%), lo fa in maniera costante e ripetitiva. Secondo i dati dell’Osservatorio Nazionale Adolescenza, raccolti su un campione di 11.500 adolescenti su tutto il territorio nazionale, circa 6 adolescenti su 100 hanno tentato il suicidio, di cui il 71% sono ragazze e il 24% ha pensato al suicidio. Sono dati davanti ai quali credo veramente non si possa rimanere in silenzio.

NELLE SCUOLE NON SE NE PARLA E I GENITORI NON DANNO IL CONSENSO

La verità è che nelle scuole si ha paura di parlare di questi argomenti, fanno la guerra tutte le volte che si presentano progetti sull’autolesionismo e sul suicidio. Anche i genitori bloccano questi interventi, non danno il consenso, devono tutelare i loro bambini, che vivono immersi in questi problemi senza che gli adulti vogliano aprire gli occhi.

Si pensa erroneamente che se ne parliamo con i ragazzi, poi li istighiamo a farlo, quando, invece, conoscono molto bene questi comportamenti.

Allora non dovremmo parlare neanche di cyberbullismo, di sexting, perché potremmo essere accusati anche in questo caso di istigazione. Gli adolescenti sanno perfettamente cosa sia l’autolesionismo e il suicidio, sono gli adulti che hanno paura di parlare con loro, che non sanno affrontare questi argomenti, nonostante i ragazzi ne abbiano un assoluto bisogno. Oltretutto, neanche i media vogliono approfondire il tema dell’autolesionismo e del suicidio, anche loro si nascondono dietro la scusa dell’istigazione.

Ho scritto anche un libro: L’AUTOLESIONISMO NELL’ERA DIGITALE, in cui mi rivolgo a genitori ed insegnanti, per dargli strumenti e far aprire gli occhi sulla gravità di questi comportamenti. Se ai genitori non facciamo arrivare le informazioni, come facciamo a fargli capire di che numeri parliamo e a quali segnali devono prestare attenzione? Come pretendiamo di aiutarli, se non si vogliono trattare queste tematiche? Serve una prevenzione adeguata fatta da persone serie e preparate, non chi si improvvisa esperto, altrimenti i ragazzi continueranno a morire sotto i nostri occhi.

L’articolo è ripreso dal  Blog AdoleScienza de L’Espresso dell’autrice

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *