Famiglia dipendente dal web vive chiusa in casa per 2 anni e mezzo

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Una famiglia del Nord Salento avrebbe vissuto per due anni e mezzo segregata in casa, incollata al computer. Non solo. Il figlio 15enne avrebbe anche rischiato di cadere nella trappola della Blue Whale, il folle gioco che spinge gli adolescenti al suicidio.
Genitori e figli per anni si sono nutriti solo di merendine, biscotti e caramelle. E agli acquisti di questi «generi alimentari» avrebbe provveduto la piccola della casa: una bambina di appena 9 anni.
Ad allertare gli assistenti sociali, nell’ottobre scorso, sarebbero stati proprio gli insegnanti della bambina, insospettiti dalle gravi condizioni di abbandono con cui si presentava in classe.

La vicenda è venuta alla luce perchè la bambina è stata l’unica a continuare a varcare la soglia dell’abitazione per l’obbligo di frequenza scolastica. E in quelle sue uscite quotidiane provvedeva alle incombenze per la sopravvivenza dei familiari.
L’adolescente e la sorellina, stando alle scarne indiscrezioni filtrate sulla delicatissima storia, sono stati sottratti ai genitori e affidati ad una casa famiglia e alle cure degli specialisti. Anche il padre e la madre (che di anni ne ha 43) sarebbero ora in cura: psicologi e psicoterapeuti hanno il compito di strapparli alla dipendenza patologica dal web.

Padre, madre e figlio hanno trascorso ore, giorni, mesi, anni immobili davanti al computer, tra giochi e «navigazioni» di vario genere, interagendo solo virtualmente con il mondo circostante. Un isolamento patologico che li ha portati a dimenticare anche il fatto di avere un corpo da curare, da sostentare. Hanno iniziato con il non riunirsi insieme attorno ad un tavolo per consumare il pranzo: ognuno ha cominciato a portare i viveri davanti allo schermo, poi hanno gradatamente dilatato il tempo notturno di permanenza al computer per essere ossessivamente, sistematicamente on-line, sino a perdere ogni equilibrio, ogni sana relazione e la salute.
Il ragazzo ha vissuto davanti al suo laptop nutrendosi sporadicamente e senza lavarsi. Ridotto praticamente ad essere uno scheletro che cammina, ha dovuto fin da subito intraprendere una lunga fisioterapia per rimettere in movimento gli arti completamente anchilosati dall’immobilità persistente. Durante la segregazione in casa, il piede è cresciuto di due numeri ma è rimasto sempre nelle stesse scarpe, troppo piccole per quel corpo chiamato a svilupparsi in maniera sana.
Ad ottobre, quando il ragazzo è entrato in comunità, i piedi erano completamente piagati, ricoperti da ferite infette che hanno reso necessaria una forte terapia antibiotica.

In pochi metri quadrati hanno vissuto tutti insieme, ma tutti soli, intrappolati tra le maglie soffocanti del web. Una dipendenza patologica, psichiatrica che ha un nome: sindrome di Hikikomori (significa “ritiro, isolamento”), come è stata catalogata in Giappone la dipendenza grave da web degli adolescenti, che genera isolamento sociale.
Tra i primi sintomi: letargia, depressione, incomunicabilità, isolamento sociale e disturbi ossessivo-compulsivi. Nei casi più gravi, come questo, i soggetti vivono reclusi in casa abbandonando scuola, lavoro, qualsiasi attività – anche la cura di se stessi – e comunicando esclusivamente attraverso il web.

Per dipendenza patologica da tecnologia digitale la Asl di Lecce nel 2017 ha avuto in carico tre pazienti. Un nuovo utente maschio, d’età compresa tra 25 e 29 anni, e due utenti già in cura: una donna sempre di età compresa tra 25 e 29 anni ed un maschio di età compresa tra 55 e 59 anni. Ma già nel 2013 la Fnomceo, cioè la Federazione nazionale degli ordini dei medici chirurghi e degli odontoiatri, proprio a proposito della sindrome di Hikikomori ha lanciato l’allarme: «Si tratta di una delle forme emergenti di dipendenza che sta lievitando, purtroppo, e che spesso viene confusa con situazioni psicopatologiche diverse. Una dipendenza che va affrontata e prevenuta innanzitutto attraverso la conoscenza del fenomeno, che è invece ancora sottaciuto». L’organizzazione non ha mancato di aggiungere che del fenomeno «le istituzioni italiane non sembrano preoccuparsi ed è un limite evidente, giacché la realtà sociale è fatta anche e soprattutto di queste “problematiche” con un’espansione clinica che valutiamo quotidianamente».
Espansione clinica che nasconde pericolosi sommersi pronti ad esplodere anche nelle remote periferie. Gli esperti fanno appello alla sensibilità dei cittadini per segnalare ogni situazione anomala, di rischio, di isolamento eccessivo o di trascuratezza che possa coinvolgere minori e sottintendere queste moderne forme di schiavitù.

fonte: La Gazzetta del Mezzogiorno

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